“Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol

Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più

Libro-testimonianza su cosa significhi accettare la diversità non semplicemente in teoria ma con tutto il proprio cuore.

L’autore, un ragazzo di soli diciannove anni all’epoca della scrittura del libro, ripercorre tutta la sua vita raccontando l’iniziale entusiasmo, poi la vergogna e il rifiuto e poi ancora la dolce riscoperta di avere un fratellino con la sindrome di down.

Il libro si apre con il racconto di un ritorno a casa della famiglia Mazzariol, di domenica dopo il consueto pranzo dalla nonna, diverso da tutti gli altri: il papà Davide invece di proseguire dritto verso casa si ferma a un parcheggio e insieme a sua moglie annuncia ai bambini, a Giacomo (autore del libro) e alle sue due sorelle, che presto arriverà un altro bambino, un maschietto. “Due a due” dice la mamma.

Giacomo, alla notizia di non essere più in minoranza, esulta di gioia. Inizia quindi a immaginare la sua vita futura, sognando progetti di alleanza con il nuovo arrivato e si sente felice e in trepidazione facendo galoppare a briglie sciolte la sua fantasia di bambino di cinque anni.

Se non che qualcosa di strano si respira nell’aria perché un’altra domenica pomeriggio suo padre ferma di nuovo la macchina nel solito parcheggio e annuncia ai figli che il bambino che nascerà sarà speciale. Giacomo allora inizia a fantasticare sui superpoteri del fratellino.

Ma poi, a poco a poco, la realtà sarà profondamente diversa dalla sua immaginazione. Un giorno troverà in camera dei genitori un libro con una parola difficile in copertina: down.

Da lì, dopo aver chiesto spiegazioni ai genitori, inizierà un periodo di rifiuto verso il fratellino diverso al punto che, durante gli anni delle medie, nasconderà a tutti la sua esistenza.

Ma, dopo il primo anno di liceo, durante le vacanze estive, non solo vedrà le sue due sorelle difendere in circostanze diverse il loro fratellino ma le vedrà anche capaci di “lasciarlo fare”.

Questo atteggiamento rilassato di apertura e fiducia che nella famiglia Mazzariol tutti sembrano avere aprirà una crepa nella rigidità di Giacomo e da lì in poi lo costringerà a rivedere il rapporto con Giovanni sotto una luce diversa tanto che sarà proprio lui, Giacomo, a voler realizzare nel 2015 un video su Giovanni in occasione della giornata mondiale sulla sindrome di down, video che diverrà virale e che porterà Giovanni sulle copertine dei giornali e Giacomo a scrivere questo libro sorprendente.

Peccato averlo letto con due anni di ritardo perché sia la storia che lo stile in cui è scritto lo rendono davvero godibile.

E bravo Giacomo Mazzariol!

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Ireneo di Lione: una sintesi

img_0208Per non perdere la bella puntata tenuta da mio marito Giovanni Marcotullio per i microfoni di Radio Maria, ho deciso di riassumerne qui i passaggi principali.

1. Premessa: Ireneo e il Carnevale

Se è vero che Ireneo può essere considerato uno dei campioni scesi in campo contro lo gnosticismo, è altrettanto vero che per spiegarne il suo pensiero si può partire da un approccio inusitato e insolito, che bene si riallaccia al periodo dell’anno che stiamo vivendo. Siamo infatti alle soglie del Carnevale e proprio la parola CARNEVALE può valere come sintesi efficace del pensiero di Ireneo: la carne vale. La sintesi della sua dottrina infatti è ben riassunta nella massima: caro salutis cardo, ossia “la carne è il cardine della salvezza”. Dalla massima latina scelta dalla tradizione come succo estremo del pensiero di Ireneo si comprende che il nemico da sconfiggere è lo spiritualismo gnostico, che non considerava la carne elemento indispensabile per la salvezza. Continua a leggere

“Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani

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Terzo romanzo del ciclo “Il Romanzo di Ferrara”, il libro racconta la storia di Athos Fatigati e sullo sfondo la storia dell’Italia alla vigilia della promulgazione delle leggi razziali.

Medico rispettato, promotore del primo studio medico d’avanguardia a Ferrara (gli occhiali d’oro sono simbolo efficace del suo successo economico), Fatigati perderà il suo status non appena paleserà la propria omosessualità. Non subito, però. Al momento della scoperta in verità, la gente non resterà turbata più di tanto, anzi, sembrerà aver trovato finalmente il motivo del celibato di un così buon partito, ma, all’arrivo dell’estate, quando il dottore inizierà a girare la costa romagnola in compagnia di un giovane studente universitario, le persone di sua conoscenza inizieranno ad escluderlo e a condannarlo senza possibilità di appello. Perduta la credibilità e perduto il suo amore (il ragazzo liquiderà il dottore con un bigliettino dopo averlo derubato dei suoi averi), ormai solo e detestato, il medico si suiciderà buttandosi nel Po.

La vicenda viene narrata da uno degli studenti universitari con i quali il dottore aveva stretto amicizia durante la tratta Ferrara-Padova in treno. Il narratore, come Fatigati, vive un’analoga vicenda di esclusione perché ebreo. Sente infatti avvicinarsi sempre più il pericolo di una persecuzione e, davanti a un mondo che sembra escluderlo, il ragazzo coverà un odio che lo allontanerà per sempre dalla società. “Dal mio esilio non sarei mai tornato io. Mai più”.

Due sembrano essere in fondo le risposte davanti al sentirsi rifiutati dall’ambiente circostante: un esilio coatto che poi diventerà volontario (come nel caso del ragazzo) o un annientamento totale e definitivo causato dalla solitudine e dall’umiliazione (come nel caso del dottore). In entrambi i casi l’esclusione viene accettata passivamente, come fosse ineluttabile. Non si lotta per vincerla, per cercare di rimediare. I protagonisti sembrano avere la rassegnazione e la consapevolezza di chi sa che qualunque sforzo risulterà vano. Anche l’esilio volontario del ragazzo in fondo è una falsa decisione: è la reazione di chi, già escluso, finge di distaccarsi per sua volontà dal mondo.

“Menzogna e Sortilegio” di Elsa Morante

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La chiave interpretativa del romanzo ci viene data, qualche pagina dopo l’inizio, da Elisa, la protagonista e insieme narratrice della vicenda: “Ma farsi adoratori e monaci della menzogna! Fare di questa la propria meditazione, la propria sapienza! Rifiutare ogni prova, e non solo quelle dolorose, ma fin le occasioni di felicità, non riconoscendo nessuna felicità possibile fuori del non vero! Ecco che cosa è stata l’esistenza per me! Ed ecco perché mi vedete consunta e magra al pari dei ragazzetti mangiati dalle streghe di villaggio. Essi dalle streghe, e io dalle favole, pazze e ribalde fattucchiere”.

Le vicende di tutti i personaggi del libro saranno infatti accomunate da quello che sembra essere davvero un sortilegio: tutti, nessuno escluso, rifiuteranno la loro vita, la realtà così come essa si presenta, per rifugiarsi nella menzogna dell’immaginazione e vivere come se quest’ultima fosse l’esistenza genuina.

È da questa follia che nasce il bisogno di Elisa di narrare la sua storia, nella speranza che il racconto possa essere catartico. Il romanzo, dunque, è un lungo flashback che riporta il tempo non solo a più di quindici anni prima, e precisamente all’estate in cui Elisa rimase orfana ma, volendo scavare fino alle radici più profonde di questa maledizione che impedisce la capacità di vivere, la vicenda risale addirittura al tempo dei nonni di Elisa. Continua a leggere

Presentazioni

img_0195Anzitutto una premessa.
Quello che familiarmente chiamavo “bufalino” (dal nome dell’autore che ha scritto la frase scelta come titolo di questo blog) era un gruppo chiuso, nato su fb, di soli cinque membri! A dirla tutta, però, originariamente era stato creato come gruppo pubblico, ma poi, dato il disinteresse generale, ho chiuso baracca e burattini, aprendo, anzi spalancando la porta, a coloro che mi avessero chiesto di farne parte. Nessuno, appunto.
Eppure l’alternativa, e cioè l’idea di riempire le home page di cose che non interessano, non mi convinceva allora e non mi convince nemmeno oggi. Eh sì, perché la letteratura è una cosa seria, serissima. Non è roba pizzosa per gli addetti ai lavori. La letteratura spalanca gli animi, riaccende i cuori. Muove ad azioni belle e grandi. Spinge ad atti generosi. E coraggiosi.
Ieri, dopo tre mesi passati alla nuova scuola, sono venute per la prima volta due mamme a parlare con me (cominciavo a chiedermi se sapessero del mio arrivo…). Una conversazione, in particolare, mi ha tormentato di felicità, trepidazione e impazienza (financo). Non posso spiegare che tenerezza ho provato nel vedere una mamma preoccupata per il figliolo che inizia a crescere… Preoccupata che l’amore allo studio, che l’ardore, la passione si spegnesse davanti al “ma quello non fa niente e prende il mio stesso voto”.
Difficile non fare i paragoni, impossibile spigare che si studia per la propria formazione (e anche inutile a volte). Si studia per poter amare di più. E sebbene i miei studenti siano della serie: “Professoressa, ma insomma questo gerundino…”, dopo che ho passato due ore a spiegare la differenza tra gerundio e gerundivo, devo comunque ringraziarli perché mi hanno spinto, indirettamente, a riconsiderare attentamente questo lavoro di recensioni. Insegnare senza coltivare le proprie passioni è infatti impossibile. Insegnare ciò che non si vive è come ridurre lo studio alla lista del supermercato. La mia passione è questa da sempre. Adoro leggere e, pertanto, questo sarà un blog soprattutto di recensioni. Sarò grata alle persone che vorranno aiutarmi a trasmettere la bellezza della letteratura (che di per sé è oggettiva), che vorranno dare suggerimenti o che, semplicemente, si coinvolgeranno.

Il giovane favoloso(?)

 

Il-giovane-favoloso-sinossi-ufficiale-e-prima-clip-del-film-di-Mario-Martone

Perché scrivere una recensione al film su Leopardi?
Possibile che non ci sia un modo più divertente per impiegare la domenica pomeriggio?
Effettivamente di cose potrei riempirmi fino a non riuscire a portarne a termine nemmeno mezza, eppure c’è un debito di coscienza che non posso ignorare. Il debito nei confronti di un maestro, di un modello, dell’amico più vero.
Sono passati ormai più di vent’anni da quando il mio maestro dell’elementari ci diede come compito quello di imparare “Il sabato del villaggio” a memoria (solo per questo occorrerebbe fare un monumento a quel maestro). Da quella volta, ripeto, andavo in seconda elementare, Leopardi mi andò a genio. Ricordo che andavo a cercare le sue poesie nei libri “sgarrupati” di mio padre e mi venivano i brividi ogni volta che leggevo “Lingua mortal non dice quel che io sentiva in seno”.
L’approfondimento è continuato, incessante. Continua a leggere